FELLINI, 100 ANNI FA NASCEVA UN GENIO VISIONARIO

Come si può datare l’esistenza di un uomo reso immortale dalla sua stessa arte? Per Federico Fellini, i 100 anni dalla nascita (nacque il 20 gennaio del 1920) rappresentano una distanza effimera, impalpabile, astratta. Lui, regista quasi metafisico, è stato un viaggiatore in uno spazio onirico, proiettando la Rimini della sua adolescenza in una Roma che ha scandagliato specialmente di notte, come uno dei tanti vagabondi che ha raccontato e che davano del tu ad una città deserta sotto una luna guardona. Quella notte che gli dava conforto dalle inquietudini esistenziali. Tipiche dell’artista. Tipiche del genio. La sua era un’arte della memoria. Una delle sue opere più note, Amarcord (letteralmente io mi ricordo nel dialetto romagnolo), non è solo l’omaggio alla sua terra, ai primi anni della sua vita, ma è l’esercizio stesso della memoria. Come allo stesso modo Ostia è la “Rimini nettata dagli umori viscerali” ne “I Vitelloni”. I personaggi che hanno proliferato nei suoi film sono caricature, bozze disegnate dalla sua creatività, figure di un passato nuovamente immaginato in una dimensione diversa. “Nulla si sa, tutto si immagina” asseriva spesso il regista. Ecco quindi piombare dalla Romagna della sua giovinezza la tabaccaia, la Gradisca, le donne burrose dai seni generosi. Donne da amare e dalle quali rifuggire, donne da temere perché ritenute tormento, minacce, ma anche figure salvifiche che sublimano gli intrecci letterari. Ne scandaglia intimamente ogni aspetto, ogni virtù, ogni difetto.
La sua carriera è una lunghissima esposizione di figure femminili: appariscenti e anonime, provocanti e pudiche, procaci e asciutte. Anita Ekberg, già prosperosa ne “La dolce vita” diventa giunonica, mastodontica, gigantesca nell’episodio con Peppino De Filippo di “Boccaccio 70”. Dapprima una minaccia al buon decoro, poi un’ossessione. La sua Giulietta Masina, prima che musa è stato il suo grande amore. Conosciuta nel 1942 alla radio ha interpretato le eroine al femminile del suo cinema, toccando l’apice in due film: ne “La strada” rappresentando la fragilità di Gelsomina (la pellicola fu premiata con l’Oscar), e in “Giulietta degli spiriti”, impersonando l’inquietudine esistenziale della borghese in crisi. Quest’ultimo film è un capolavoro geometrico oltre che cinematografico. Fellini del resto era un architetto nel senso del culto per le forme. La dimensione dei copricapo sfoggiati in “Giulietta degli spiriti” ne è un esempio, o ancora quel surreale girotondo che chiude “8 1/2” simboleggia la chiusura dei conti con la crisi dell’artista. Quel film (che lo consacra) più che un’opera è una convinta autoanalisi, è un rimprovero al mondo del cinema e dei cineasti, ma con un finale assolutorio, senza risparmiare qualche bacchettata alla critica. Di bacchettate d’altro canto il suo cinema è colmo. La sua arte è bastonatrice.
Ne “Lo sceicco bianco” svela la nudità del mondo dello spettacolo, artefatto fino a prova contraria. Fernando Rivoli, la star dei fotoromanzi interpretato da un superbo Alberto Sordi si rivela per quello che è: una mezza sola, sposatissimo e succube della moglie. Ne “I vitelloni” poi viene espresso un giudizio poco lusinghiero verso una gioventù di nullafacenti, in fuga dalle proprie responsabilità, forzatamente goliardici tanto da schernire dei lavoratori con il gesto dell’ombrello (deliziosa la scena di Sordi e dell’auto che si guasta dopo l’offesa rivolta agli operai). Ne “La dolce vita” rivela la forza corruttrice della città ai danni di chi arriva dalla provincia, raccontando la figura del padre di Marcello sedotto dalle notti di Via Veneto affollate da attricette e paparazzi. E’ però nel puntare la macchina da presa verso gli ultimi, verso i disperati, gli straccioni che si manifesta la poetica massima di Fellini. “La strada”, con quel rapporto così dilaniante e simbiotico tra Gelsomina e Zampanò (interpretato da Anthony Quinn), inchioda lo spettatore fino a provare pena per quell’omone rozzo e grottesco. I suoi film sono un corollario di barboni, vagabondi, saltimbanchi. La sua è un’arte clownesca, con i suoi continui e ripetuti omaggi al circo, a compagnie raccogliticce e scalcinate. Celebra i matti, esalta i rifiutati, magnifica chi interpreta ruoli marginali in quel grande copione che è la vita. E poi le suore e i monsignori, gli intellettuali e i burocrati. Da figlio di un neorealismo oramai superato ha tratteggiato, quasi come fosse una delle sue tante vignette satiriche pubblicate dal Marc’Aurelio (da dove tutto ha avuto inizio), l’Italia e gli italiani. Merito anche di chi ha condiviso la scrittura dei film, Tonino Guerra, Ennio Flaiano, Tullio Pinelli, Bernardino Zapponi, e del fortunato sodalizio con Nino Rota, le cui musiche hanno sublimato le sue storie. E ancora grazie agli interpreti divenuti simboli della sua creazione, alimentandone il mito e contribuendo a plasmare un marchio di fabbrica, primo fra tutti l’attore feticcio Marcello Mastroianni. Fellini concepiva le sue opere spinto da una visione del contemporaneo ma con un piglio immaginifico. “L’unico vero realista – sosteneva – è il visionario”. Arte visionaria quindi la sua, e allo stesso tempo idealista e sognatrice, illusa e spirituale. Il suo interesse verso il soprannaturale, verso l’esoterismo era notorio. Usuali le sue frequentazioni con maghi e veggenti dell’epoca, pubblica la sua amicizia con Gustavo Adolfo Rol, il più noto tra i sensitivi, il quale lo convinse a lasciare nel cassetto “Il viaggio di G. Mastorna”, pena – lo avvertì – la sua morte dopo la lavorazione. Morte che sopraggiunse il 31 ottobre del 1993, seguita di pochi mesi dalla scomparsa della sua inseparabile Giulietta. Federico Fellini ha lasciato un’impronta nella settima arte. Una visione innovativa e moderna, sacerdote di un cinema onirico e trascendente. Più che un regista è stato un vero e proprio filosofo. Un genio assoluto e astratto, che credeva che il cinema fosse arte nobilissima ed eccelsa. Il modo più diretto – affermava – per entrare in competizione con Dio.
(ITALPRESS)

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