PRIMO MAGGIO BANDIERA DEGLI UOMINI DI TUTTO IL MONDO

Pasqua, Liberazione, Primo Maggio, tre occasioni di festa, tre amari appuntamenti con il Coronavirus. Ma se i primi due eventi vivono di sentimenti spesso anche opposti – per ragioni politiche o religiose – il terzo e’ bandiera degli uomini di tutto il mondo, in origine rossa, oggi multicolore. La religione del Lavoro e’ la piu’ forte ma oggi la sua bandiera non sventola con l’energia rivoluzionaria di un tempo, e’ anzi a mezz’asta e quanto fino a ieri s’e’ dibattuto anche in lacrime per la salute dei cittadini oggi riguarda tutti i lavoratori. Feriti e umiliati, pian piano avviati alla miseria, e non c’e’ categoria indenne dal male indotto involontariamente – ma senza contromisure di salvezza – con una durezza in certi casi insensata. Si sta addirittura ricreando una sfida feroce fra Sud e Nord che il tempo e il benessere avevano indebolito, lasciando che il “razzismo territoriale” riguardasse soltanto certi ultra’ da stadio. Ben venga la riforma annunciata da Colao, supercapo della superforce, che dovrebbe tener conto delle diverse realta’ e esigenze delle regioni, delle province, dei comuni in base al contagio registrato.
Il primo giorno di Maggio, diventato nel tempo orgogliosa vetrina di opere e non solo di ideali, e’ mortificato anche per i sogni e le speranze che introduceva nei giorni piu’ neri della pandemia. Un mese mariano per i cattolici ridimensionato anche dal Papa; un mese festoso per i laici in attesa della raccolta agricola e della stagione turistica ridotto ad anteprima di un fallimento; e per gli appassionati del calcio che s’apprestavano a cogliere i traguardi sognati – vittoria e salvezza – con le relative feste di piazza o di borgata.
Maggio vedra’ – ci auguriamo – la ripresa dell’industria e del commercio, di un’idea di vita com’era prima del 5 marzo; vedra’ anche gli sportivi “individuali” corricchiare nei campi, nei parchi e nei luoghi concessi dai decreti, mentre latita la minima attivita’ di squadra, sia pure sotto forma di allenamenti regolamentati ad hoc. Si sente la mancanza di un dirigente autorevole che sappia dire – con la forza di una famosa sgrammaticatura massiminiana – “C’e’ chi puo’ e chi non puo’, io puo’”. Eppure – non tutti lo sanno – anche nel calcio ci sono i lavoratori, giocatori e addetti vari, che oggi pagano duramente i privilegi di cui hanno goduto. Il loro ministro e’, bonta’ sua, molto preoccupato della loro salute ed e’ deciso a non esporli a rischio. Ricordo la battuta corrente: “E cosa succede se giocando un calciatore s’infetta?”.
Ho fatto mia la domanda sui giornali, in radio, in tivu’:”E cosa succede se si ammala un lavoratore in fabbrica e in ufficio? Sono forse uomini diversi con necessita’ diverse?”. Ha detto Ivan Rakitic, croato del Barcellona: “Sono pronto a correre il rischio di essere contagiato, ma voglio tornare a giocare. So che sara’ un rischio molto piccolo, dovremo giocare con le massime misure di sicurezza, sapendo che non saremo mai sicuri al cento per cento, noi come qualsiasi lavoratore. Anche i dipendenti dei supermercati si cambiano negli spogliatoi e hanno le stesse possibilita’ di contrarre il virus rispetto a noi, o forse anche di piu’. Loro corrono quel rischio e anche io voglio farlo”.
Qua la mano, Ivan. Buon Primo Maggio.

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