Gennaro Sangiuliano racconta Xi Jinping, “il nuovo Mao”

“La Cina di oggi e di ieri è tutto un mistero”. Così Renato Federici, docente dell’Università Sapienza di Roma, che ha curato la recensione dell’ultimo saggio di Gennaro Sangiuliano dal titolo “Il nuovo Mao. Xi Jinping e l’ascesa al potere nella Cina di oggi”, Mondadori, 2019.

“L’argomento trattato – sottolinea Federici – risulta di grande interesse e attualità. Copre uno spazio troppo vuoto che andava colmato, e sul quale molti altri autori non hanno avuto il coraggio di indagare in profondità per paura di scoprire quelle verità che si sarebbe preferito abbandonare nell’oblio. Il coraggio, si sa, non si può dare a chi non ce l’ha. Non si voleva correre rischi con l’andare a scavare dove c’era il pericolo di aprire un vero e proprio vaso di Pandora dal quale sarebbero usciti tanti crimini contro l’umanità commessi dal Grande Timoniere e dai suoi fedelissimi seguaci. Mettersi contro le correnti violente è molto pericoloso, ne sa qualcosa ad esempio uno studioso del calibro di Walter Tobagi (assassinato dalle Brigate Rosse il 28 maggio 1980) e non pochi altri minacciati da quelle stesse fazioni, come ad esempio lo studioso Luciano Pellicani recentemente scomparso (1939-2020)”.

“Xi Jinping – aggiunge il professore universitario – è l’attuale guida suprema della Cina. La biografia di Gennaro Sangiuliano dedicata a Xi Jinping è un saggio forte e scorrevole; costituisce per noi una sorta di filo conduttore per riflettere sulle trasformazioni delle istituzioni cinesi; per ragionare sulle evoluzioni di quell’ordinamento giuridico chiamato Partito Comunista della Cina”.

“Sangiuliano ci spiega magnificamente – prosegue Federici – la vicenda storica, a dir poco straordinaria, di uno degli uomini più potenti della Terra e attuale leader indiscusso del Partito comunista cinese. Peraltro Sangiuliano non è nuovo a queste imprese. Oltre ad essere un grande giornalista (e attuale direttore del Tg2) è uno scrittore di successo specializzato in biografie di grandi personaggi come Giuseppe Prezzolini (Mursia 2008); e che, con Mondadori, ha pubblicato il ritratto di grandi personalità internazionali (Putin, Hillary Clinton, Trump) ed ora anche quella del leader cinese Xi Jinping”.

“In altri scritti – evidenzia Federici – abbiamo cercato di spiegare il fatto che i partiti politici rivoluzionari (prima e dopo la conquista del potere) si comportano come veri e propri ordinamenti giuridici sovrani (R. FEDERICI, Rivolte e rivoluzioni, Editoriale Scientifica, Napoli, 2019, p. 1 ss.). Ed in particolare ciò risponde al vero per quel che concerne i partiti comunisti. Il collante dei partiti comunisti è costituito da una organizzazione che rispetta alcune regole ferree. Tutto ciò fa di un partito politico un ordinamento giuridico (R. FEDERICI, Rivolte e rivoluzioni, cit., p. 1 ss.). Senza diritto (senza organizzazione e regole rispettate o fatte rispettare) ogni forma di società si dissolve. Ecco, dunque l’importanza degli ordinamenti giuridici. Nel caso dei partiti comunisti, le fondamenta dell’organizzazione è già tutta nel Manifesto redatto da Marx ed Engels nel 1848. Poi ci sono le varie forme assunte nei diversi paesi del comunismo reale. Se in Unione Sovietica tra i padri fondatori e organizzatori (oltre ai due già citati: Marx e Engels) primeggiava il pensiero e la figura di Lenin; in Cina invece trionfavano le idee, le capacità organizzative e gli scritti di Mao Zedong”.

“Il caso ‘straordinario’ dei partiti comunisti – aggiunge il professore Universitario- è l’assoluta, spontanea sottomissione di molti suoi aderenti. Ciò fornisce loro una forza straordinaria, simile solo a quella di ordinamenti giuridico-religiosi fortemente approvati e condivisi all’interno della stessa comunità; come il Cristianesimo delle origini e così per l’Islam delle origini. Non c’è bisogno di tante regole, l’adesione è totale e spontanea, spesso fanatica, almeno nelle fasi iniziali. La Repubblica popolare cinese era stata proclamata ufficialmente il 1° ottobre 1949 dal neo eletto Presidente Mao. L’esercito popolare di liberazione comunista aveva conquistato Pechino da poco tempo: il 31 gennaio del 1949. E poi (falliti tutti i tentativi di riappacificazione fra le formazioni che avevano combattuto vittoriosamente contro i giapponesi) il 21 aprile 1949 ‘Mao diede ordine all’Esercito popolare di liberazione di iniziare l’avanzata in tutto il paese’ e in un batter d’occhio le formazioni comuniste oltrepassarono il Fiume Azzurro (Yangtze) e travolsero l’esercito nazionalista (Kuomintang): Nanchino fu occupata il 24 aprile, un mese dopo Shanghai, tanto che il 1° ottobre dello stesso anno a Pechino in piazza Tienanmen il presidente Mao riuscì a proclamare la Repubblica popolare comunista”.

“Ciò che deve far riflettere sul Partito Comunista Cinese è la sua resistenza al cambiamento – prosegue Federici -. Nell’Europa Occidentale e in Russia i partiti comunisti (che si identificavano con lo Stato) tra il 1989 e il 1991 crollarono un po’ dappertutto. Restarono in piedi, invece, in Cina, in Corea del Nord e a Cuba. Quindi, l’ordinamento giuridico comunista cinese ha dimostrato di essere ben più forte e saldo che altrove. In quegli stessi anni, in Cina il Partito comunista e lo Stato cinese erano gestiti da Deng Xiaoping e aveva superato la rivolta di piazza Tienanmen, iniziata nell’aprile del 1989, e domata con il pugno di ferro il 4 giugno dello stesso anno. Dopo di che, sempre sotto la direzione politica di Deng Xiaoping (1904 – 1997), e i suoi successori inizia un nuovo periodo economico in cui si assiste ad uno sviluppo notevole dei sistemi tipici dell’economia privata. Il modello economico collettivistico e comunista si trasforma e rimane ‘quasi solo un vestito, un residuo formale che deve rimanere al proprio posto fino al momento in cui una nuova formula non venga elaborata per giustificare l’esercizio del potere’ (G. TRENTIN, La Cina è ancora un paese comunista?, in La Cina che arriva, Avagliano Editore, Roma, 2005, p. 59.). Il quale però resta saldamente nelle mani del partito comunista cinese. I nuovi potenti sono tutti comunisti, i quali però utilizzano i modelli economici occidentali sotto il diretto controllo del partito comunista”.

“Il diritto è un qualcosa di diverso dalla forza. Non è solamente forza. Ma è quell’organizzazione, quella struttura portante delle società umane… è quell’assetto che permette alle classi politiche dominanti di realizzarsi” (R. FEDERICI, Guerra o diritto? Editoriale Scientifica, Napoli, III edizione, 2013, p. 40, 61 s.). Il diritto è uno strumento e gli ordinamenti giuridici sono delle officine al servizio delle classi politiche dominanti (R. FEDERICI, Guerra o diritto?, cit., qua e là: un po’ dappertutto): senza classi dominanti potrebbe esistere il diritto nella sua essenza più pura (cioè come arte del buono e dell’equo). Ma allora saremmo in Paradiso e non sulla Terra (R. FEDERICI, Rivolte e rivoluzioni, cit. p. 1).

“In seguito – sottolinea il professore universitario – ci saremmo domandati: se ‘una sorta di diritto è anche quella struttura, quella organizzazione chiamata partito comunista?’ (R. FEDERICI, Rivolte e rivoluzioni, cit. p.1). La risposta (con risvolti rivoluzionari) fu positiva. Stranamente, si potrebbe dire, ma la tesi verrebbe confermata proprio dalla lettura di alcuni scritti di Marx (in particolare di uno di essi: Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte). Così abbiamo potuto evidenziare che anche per Marx il diritto (l’ordinamento giuridico) appartiene alla specie delle strutture e non a quello delle sovrastrutture, come molti altri avevano ritenuto fino ad allora. Non ci possiamo dilungare oltre sull’argomento (per approfondimenti sono costretto a rinviare al nostro Rivolte e rivoluzioni, cit. p. 1 ss.)”.

“La Cina di ieri e di oggi – aggiunge – è piena di segreti e di misteri: tanto prima, quanto dopo lo scoppio dell’emergenza Coronavirus. Dobbiamo rallegrarci o preoccuparci del grandioso balzo in avanti effettuato dalla Cina nell’ultimo mezzo secolo? Oppure dobbiamo preoccuparci per come la Cina sta affrontando l’epidemia da Coronavirus? In ogni caso, è diventato indispensabile conoscere la Cina e le sue istituzioni”.
“L’epidemia di Covid-19 è un disastro… che ha colto di sorpresa (e dunque da impreparati) miliardi di esseri umani… La Cina è stato il paese più colpito dalla pandemia e quello che ha sofferto le conseguenze peggiori”. “…l’opinione pubblica cinese non ha mai smesso di chiedersi come sia stato possibile che la crisi abbia raggiunto le attuali proporzioni, rivolgendo la propria rabbia soprattutto verso i quadri del Partito comunista (Pcc)” (cfr. WU XIANGNING, L’incertezza è l’unica certezza della Cina, in Limes n. 3/2020, cit., p. 49 s). Si dice che fino ad oggi la popolazione non abbia “ricevuto spiegazioni soddisfacenti. Il licenziamento di oltre 200 burocrati ha permesso di allentare la tensione sociale, ma non è abbastanza”. “L’illusione che l’epidemia sarebbe stata lieve è stata ripetuta a pappagallo dai livelli di governo inferiori, che tendono a non riferire la verità a quelli superiori e a sopprimere le voci della società civile. Dalla gestione iniziale dell’epidemia emerge dunque l’inerzia della burocrazia e l’incompetenza dei funzionari cinesi. Questo ha indotto il presidente Xi Jinping e il primo ministro Li Keqiang a incoraggiare le persone ad avvisare il governo di qualsiasi tentativo di insabbiamento delle morti da parte delle autorità locali” (WU XIANGNING, L’incertezza è l’unica certezza della Cina, cit., p. 53). “La combinazione di questi problemi sistemici e burocratici emerge nitidamente dalla vicenda del dottor Li Wenliang, la gola profonda che ha svelato il potenziale pandemico del coronavirus e che per questo è stato ammonito dalla polizia” (WU XIANGNING, L’incertezza è l’unica certezza della Cina, cit.,).

“Il trentaquattrenne Li era uno dei medici coraggiosi che già alla fine di dicembre avevano avvertito amici e colleghi della pericolosità del nuovo patogeno, così simile alla Sars. Le autorità di Wuhan però li avevano messi a tacere, impegnate per settimane a sminuire o nascondere il rischio in nome del “mantenimento della stabilità”” (F. SANTELLI, Grande fratello con termometro, in Limes, n.3/2020, p. 91). “Alcuni commentatori si spingono a ipotizzare che l’epidemia sia il “momento Cernobyl” del Partito comunista” cinese “la crisi che smaschera l’inefficienza del sistema, che incrina la legittimità del “mandato dal cielo” su cui si regge il regime”. “Nelle stesse ore succede anche altro. La leadership riprende il controllo della narrazione e della gestione dell’emergenza, con parole e azioni”. Tanto che il presidente Xi Jinping “definisce il contenimento del virus una “guerra di popolo” (F. SANTELLI, Grande fratello con termometro, cit., p. 91).

I poliziotti e i funzionari coinvolti nel caso del dottor Li Wenliang, sarebbero stati puniti per negligenza. “Il rimpasto politico è servito per segnalare alla popolazione che i colpevoli (o presunti tali) della cattiva gestione iniziale sono stati puniti”. Ed è servito anche per ricordare ai funzionari di Stato e di Partito che gli ordini provenienti dall’alto devono essere eseguiti (S. CUSCITO, Le Cine della Cina, in Limes, n.3/2020, p. 81). “Nel frattempo Li era morto dopo essere stato infettato dal coronavirus mentre curava i suoi pazienti” (WU XIANGNING, L’incertezza è l’unica certezza della Cina, cit., p. 54).

Collegamenti fra la provincia di Bergamo e la Val Seriana con la Cina. Scriveva Federico Rampini, nel lontano 2005, nei pressi di Bergamo, in Val Seriana, ha sede una delle chicche del made in Italy, produce “telai meccanici per l’industria tessile”. Itelma “è uno dei nomi ignoti al grande pubblico, ma dove risiede la forza residua dell’industria italiana … su dieci telai che il gruppo … esporta nel mondo sette vanno in Cina, uno nel resto dell’Asia, uno in Turchia, uno in Europa” (F. RAMPINI, Il secolo cinese, Mondadori, Milano, 2005. La citazione però si riferisce alla edizione economica del 2006, p. 326). “I macchinari ‘made in Italy’ per l’industria tessile sono la prima voce delle nostre esportazioni in Cina. A Prato, la “capitale degli stracci”, considerano la vendita di quei perfezionati macchinari quasi un reato di alto tradimento: un pezzo del sistema Italia fa affari con il nemico, trasferisce in Estremo Oriente la tecnologia con cui loro ci distruggeranno, “la corda per impiccarci”. In realtà questa è la naturale riconversione di chi ha capito che bisogna spostarsi su mestieri più sofisticati. L’esempio dell’alta moda e delle macchine tessili non è l’unico. In Cina hanno investito da tempo e hanno avuto successo la Merloni negli elettrodomestici, Luxottica negli occhiali, Snaidero nelle cucine …” ( F. RAMPINI, Il secolo cinese, cit., p. 326).

Tutti si chiedono come mai la Val Seriana, la provincia di Bergamo e la Lombardia siano stati colpiti più che ogni altro luogo in Italia dall’epidemia di Covid 19, proveniente dalla Cina. Hanno nulla a che fare con i rapporti commerciali e industriali poco sopra descritti? Si tratta di una semplice coincidenza? Chi può dirlo?

“Il 2007 è l’anno d’oro per la carriera politica di Xi Jinping. Nell’arco di dodici mesi, realizza un’ascesa che non ha precedenti nelle lente e meticolose liturgie del potere cinese”. Un misto di abilità, di circostanze fortuite, ma anche di grande capacità di cogliere le occasioni, giocano a favore di Xi (G. SANGIULIANO, Il nuovo Mao, cit., p. 170). “Il momento decisivo è la nomina a marzo a segretario del Partito Comunista di Shanghai” (G. SANGIULIANO, Il nuovo Mao, cit., p. 170). Il che significa anche essere nominato governatore della metropoli che è la capitale economica della Cina. Cariche resesi libere dopo che il precedente segretario e governatore erano caduti a causa delle accuse per corruzione mosse loro da Hu Jintao. Secondo alcuni analisti, si trattava anche di una mossa sospettata di essere soprattutto un atto politico contro una fazione del partito, facente capo all’ex segretario del partito, il potentissimo Jiang Zemin (G. SANGIULIANO, Il nuovo Mao, cit., p. 170).

Jiang Zemin, formalmente era in pensione, ma in realtà “controllava ancora la maggioranza nel partito, i vertici delle varie province sono quelli che ha nominato lui e gli sono fedeli. Vuole assolutamente evitare che la base storica e simbolica del suo potere, Shanghai, finisca nelle mani di qualcuno che non sia riconducibile alla sua fazione. Tuttavia, sa bene di non poter proporre nomi della sua cerchia più ristretta” ed ecco allora spuntare il nome di Xi Jinping (G. SANGIULIANO, Il nuovo Mao, cit., p. 172).

Ma torniamo ai lavori del XVII Congresso del Partito Comunista Cinese. “Il congresso deve indicare chiaramente il futuro leader”. Jiang Zemin non vuole il pupillo di Hu Jintao: Li Keqiang. E allora “la fortuna e la virtù giocano ancora una volta a favore di Xi Jinping, visto che si ripete esattamente lo schema di qualche mese prima. Il suo, in sostanza, è l’unico nome attorno al quale le fazioni che fanno capo a Jiang Zemin e a Hu Jintao possono trovare un accordo” ( G. SANGIULIANO, Il nuovo Mao, cit., p. 174). E quindi in quella sede sarebbe stato indicato come colui che nel 2012 sarebbe subentrato a Hu Jintao. “Li Keqiang, colui che aveva la designazione in tasca fino a pochi mesi prima, fa buon viso … entrerà a far parte del Comitato permanente del Politburo, per lui inizia una prestigiosa carriera di secondo, poco dopo sarà vice primo ministro e poi il primo ministro di Xi Jinping” (G. SANGIULIANO, Il nuovo Mao, cit., p. 175).

Un grande scandalo. “In Cina gli scontri politici – come nella tradizione dei mandarini – si consumano nelle segrete stanze del potere” (G. SANGIULIANO, Il nuovo Mao, cit., p. 190), però nei confronti di Bo Xilai vi sarebbe stata una condanna pubblica: espulsione dal Partito Comunista Cinese e un pubblico processo per aver fatto assassinare per avvelenamento un grande mediatore d’affari occidentale di nome Heywood, di anni 41, nato a Londra nel 1970, il quale viveva in Cina dai primi anni Novanta e aveva sposato una cinese (G. SANGIULIANO, Il nuovo Mao, cit., pp. 181-191). L’accusa contro Bo Xilai era pesantissima. Non solo quella di corruzione e di essersi arricchito illecitamente, ma anche quella di aver esportato illegalmente una quantità smisurata di danaro con la complicità Heywood. Visto che quest’ultimo aveva incominciato a ricattare Bo Xilai con richieste sempre maggiori di denaro per le sue prestazioni, ecco che nel novembre del 2011 sarebbe stato attratto in una trappola e fatto avvelenare da Bo Xilai in combutta con la moglie e con i suoi più diretti collaboratori. Si trattava di assassinio di uno straniero, al quale si sarebbe interessato anche il primo ministro inglese dell’epoca, condito da una immensa truffa ai danni dello Stato cinese. E lo scandalo divenne sempre più grande, perché Bo Xilai non era un personaggio qualunque: ma il figlio di Bo Yibo, uno dei cosiddetti “immortali” (ossia uno dei dirigenti della prima ora della rivoluzione comunista cinese), che era divenuto sindaco della città più popolosa dalla Cina, Chongqing, ed era a capo di una corrente interna al Partito Comunista: una nuova formazione di sinistra vistosamente neo-maoista con un seguito notevole in tutta la Cina. Bo Xilai imitava “smaccatamente il linguaggio che era stato di Mao” (G. SANGIULIANO, Il nuovo Mao, cit., p. 185). Egli (dall’aspetto affabile, “garbato, elegante”, “lontanissimo dai cliché dei burocrati e grigi leader comunisti” (G. SANGIULIANO, Il nuovo Mao, cit., p. 184) ripeteva continuamente che “la torta va divisa in parti uguali”: “perseguire lo sviluppo è come preparare una torta, ma poi essa va divisa in parti uguali” (G. SANGIULIANO, Il nuovo Mao, cit., p. 185). Dopo il processo e la pubblica condanna, “in poco tempo, l’intera rete della nuova sinistra neomaoista viene smantellata, sui giornali Bo Xilai è indicato come il capo di una “nuova Banda dei Quattro””. “Il dato politico di questo scandalo è chiaro. Ora, Xi Jinping non ha davvero più avversari” (G. SANGIULIANO, Il nuovo Mao, cit., p. 191).
(omissis)

“Nel 2012 Xi Jinping ha cinquantanove anni, l’età giusta per assurgere alla guida del paese, il russo Vladimir Putin ha un anno meno di lui ma è ai vertici della Federazione Russa già dal 2000, mentre Barack Obama è decisamente più giovane” (G. SANGIULIANO, Il nuovo Mao, cit., p. 196).
Il 2012 è l’anno in cui si celebra il diciottesimo congresso del Partito Comunista Cinese. “L’8 novembre i 2270 delegati, in rappresentanza di quaranta collegi elettorali, sono radunati nella Grande Sala del Popolo. I rituali si rinnovano, si comincia con un lungo discorso del sessantanovenne Hu Jintao, che fa il bilancio dei suoi dieci anni di guida” (G. SANGIULIANO, Il nuovo Mao, cit., p. 202).

“Il 15 novembre Xi Jinping è eletto segretario generale del Partito comunista, e nominato anche capo della Commissione militare centrale. Il 14 marzo 2013 sarà scelto come presidente della Repubblica Popolare Cinese … ora è davvero il “comandante in capo””. Il ricambio effettuato dal diciottesimo congresso è molto netto. Un radicale mutamento si registra anche nel Comitato permanente, dove lasciano sette rappresentanti su nove. Inoltre, il nuovo Comitato permanente, presieduto da Xi Jinping, è ridotto a sette membri (G. SANGIULIANO, Il nuovo Mao, cit., p. 203).
54. La libreria che appare alle spalle di Xi Jinping nel suo ufficio di rappresentanza, raccoglie oltre alle “opere tipiche della formazione marxista-leninista (Il Manifesto del Partito Comunista di Marx ed Engels, Il Capitale di Marx, Le opere di Mao Zedong e La cronaca della teoria di Deng Xiaoping), raccoglie anche libri di storia e i classici della tradizione imperiale, da Confucio a Laozi a Mencio”. Opere, queste ultime, vietate nella stagione della Rivoluzione Culturale (G. SANGIULIANO, Il nuovo Mao, cit., p. 208). Questo è un segnale della cultura prevalente nella Cina di Xi Jinping.

Ma per Sangiuliano, “i primi concetti espressi dall’intervento di Xi Jinping, riportati dall’agenzia Nuova Cina, gelano chi tra gli osservatori e le cancellerie occidentali aveva teorizzato che le riforme economiche sarebbero state il preludio a qualche apertura in senso democratico” (p. 210). “I cinesi possono arricchirsi, competere nel mercato globale, accelerare la modernizzazione del paese, viaggiare, conoscere il mondo. Ma sul terreno delle libertà politiche non è ammesso alcun cedimento, il partito unico non è in discussione, i diritti civili non sono un’urgenza” (p. 210). “Una miscela che fonde le teorie messe a punto qualche anno prima dal colonnello Liu Mingfu che ha teorizzato l’obiettivo di far diventare la Cina la prima potenza del pianeta, raggiungendo e poi superando gli Stati Uniti. Xi parla senza mezzi termini di una “rinascita nazionale” ispirata all’epoca delle dinastie Han e Tang, quando la Cina combinava potenza e armonia”( p. 211). “Nei mesi successivi, Xi precisa i contenuti del suo programma per costruire il “sogno cinese””. Nel titolo del volume è sintetizzato il pensiero ivi espresso: Il sogno cinese recherà benefici non solo al popolo cinese, ma anche ai popoli del mondo (G. SANGIULIANO, Il nuovo Mao, cit., p. 212).

“La Cina è infestata di mosche da schiacciare e tigri da stanare” è il paragone al quale “Xi Jinping ricorre spesso per indicare la sua battaglia” contro la corruzione. Dove le mosche stanno per i piccoli funzionari corrotti e le tigri per “gli alti papaveri della Stato, che accumulano gigantesche ricchezze nel sistema delle opere pubbliche e delle grandi transazioni” (op. ult. cit. p. 215)

Xi ha ribadito anche recentemente “la “promessa solenne” di eliminare la povertà nelle aree rurali entro il 2020. Secondo i calcoli cinesi, alla fine del 2019 la Repubblica Popolare contava solo 5,51 milioni di persone sotto la soglia della povertà contro i 100 milioni stimati alla fine del 2012, prima dell’avvento di Xi”. “Nel corso degli anni, milioni di lavoratori migranti si sono spostati” nelle zone più industrializzate, come, ad esempio, nell’area di Pechino, del Tianjin, di Shanghai, del Fujian, dello Jiangsu e del Guangdong (cfr. S. CUSCITO, Le Cine della Cina, in Limes, n.3/2020, p. 82), onde evitare l’”atavico divario di ricchezza tra zone costiere ed entroterra e tra aree urbani e rurali”. Attualmente, “circa il 40% della popolazione abita in campagna, la metà rispetto a quando nel 1949 Mao ha fondato la Repubblica Popolare” ( S. CUSCITO, Le Cine della Cina, cit., p. 82).
“Per far comprendere in che cosa consista la limitazione delle libertà, Sangiuliano riporta il caso ‘dei cinque librai di Hong Kong’ – evidenzia Federici -. I cinque erano i soci di una libreria di Hong Kong fondata nel 1994 che pubblicava ‘libri proibiti’ in Cina e ivi introdotti clandestinamente. Tra l’altro avevano pubblicato resoconti e libri sull’affare Bo Xilai e, in quel frangente, vi avevano fatto anche lauti guadagni; ma, improvvisamente, tra l’ottobre e il dicembre del 2015 uno dopo l’altro e in modi diversi, i cinque vengono arrestati e/o rapiti. Dal racconto reso da uno dei cinque, Lam Wing Kei: dopo quattro mesi di detenzione in isolamento, Lam sarebbe stato condotto a Shenzhen in un lussuoso complesso alberghiero dove avrebbe incontrato tre degli altri quattro soci della libreria. Un quinto era assente. In quella occasione durante un pranzo finalmente degno di questo nome, uno dei quattro avanza la proposta di collaborare con le forze dell’ordine cinesi in cambio della libertà e di una cifra di danaro (poco più di 13.000 dollari) a titolo di risarcimento per la chiusura forzata della libreria. Collaborare significa promettere di recarsi il prima possibile in una sede della polizia di Hong Kong e dichiarare di non essere stati rapiti e chiedere ufficialmente che non si indaghi più sul loro caso. E a Lam viene chiesto anche l’elenco delle persone in contatto con lui in Cina. Insomma doveva fare il delatore. Lam promise, fece la dichiarazione alla polizia di Hong Kong; ma quando stava per trasmettere l’elenco in suo possesso non se la sentì più di collaborare, e contatta un deputato di Hong Kong di sua fiducia e davanti a fotografi e giornalisti, molti dei quali stranieri, racconta la sua triste vicenda. Dopo di che la vita per Lam torna ad essere difficile anche ad Hong Kong e quindi cercherà di andarsene. Ovviamente la versione di Lam non viene confermata dagli altri tre ex-soci, mentre del quarto e ultimo socio, le notizie sono molto minori ma più tragiche e misteriose (G. SANGIULIANO, Il nuovo Mao, cit., p. 228 ss.)”.

“Ho scritto fin troppo, è ora di leggere direttamente il libro di Sangiuliano e gustarne tutti i passaggi e i commenti ivi contenuti. Ciò è indispensabile per fare un raffronto con quanto è successo in Italia e in Europa nello stesso periodo. La storia insegna, le biografie fanno capire tante cose: occorre leggerle”, conclude il professore universitario.
(ITALPRESS).

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