VOGLIAMO PROVARE ANCHE NOI A RIPARTIRE COME I TEDESCHI?

Visto il calcio quand’è vero e vivo? Immortale, direi. Rischiando. In Germania si sono divertiti. Per l’Italia degli spaventati la mia è a dire poco un’affermazione sconsiderata: qui non aspettano la moviola ma il tampone. Me li immagino, i nostri imboscati: e se ci scappa il morto…Lì giocano. E si divertono. A Lipsia, a Hoffenheim (paesello di 3263 abitanti, la squadra è chiamata il Chievo tedesco), a Dùsseldorf, a Augusta (il paese di Helmut Haller), a Dortmund, a Francoforte s’è tornati a respirare l’aria di sempre, del pre-corona. Con bravura tecnica, intelligenza tattica e…educazione civica. Niente abbracci da spasimanti, niente marcature asfissianti, niente colpi bassi, trattenute selvagge, sputazzi burini, proteste belluine. Niente. Vedrete, verrà di moda trasmettersi gioia e entusiasmo pugno su pugno, come darsi il cinque, e comunque compiacersi di un lieto fine (ce l’abbiamo fatta) dandosi di gomito. Questi tedeschi. Sembra impossibile che siano riusciti a montare in poco tempo un campionato nuovo. Di calcio nuovo, come hanno giustamente sottolineato i bravi telecronisti di Sky tutti partecipi di una rinascita (no ripartenza, please) che ha confermato i valori tecnici e emozionali dello sport più bello del mondo..
Stadi vuoti, qualche minuto per adattarsi e riscaldarsi, in campo e davanti alla tivù. Due mesi sono lunghi da passare, sono un tifoso, non sono un santo. Mmmm, all’inizio mi pare il festival del qualunquismo pedatorio, maglie larghe, marcature eleganti, gentili: insopportabile, un calcio così. Ma ci vuol poco a cambiare atmosfera e a far sul serio. I tedeschi hanno organizzato tutto, anche l’inizio della festa del gol. E chi poteva segnare per primo se non Erling Haaland, il bambinone del Borussia, 194 centimetri di potenza, velocità, felicità, 10 gol in nove partite, festeggiatemi ma non toccatemi troppo, voglio divertirmi e divertirvi. Un santone nostrano ha raccomandato: per godervi il campionato tedesco come fosse il nostro tifare per una delle loro squadre. E io tifo Borussia. Non da ieri. Da quando c’è arrivato Klopp, l’allenatore più divertente del mondo (infatti De Laurentiis lo voleva al Napoli); se n’è andato, ma mi basta Haaland: era al Salisburgo e lì l’abbiamo scoperto quando ha affrontato il Napoli (perdendo 3 a 2) ma sfoderando la doppietta, come Mertens. E allora dissi portiamolo in Italia, il biondone. Ma gli uomini preferiscono i biondi ma prendono i mori, non so bene, credo che arrivò Lozano. L’oggetto misterioso.
Torniamo in Germania. Un bell’avvio – dicevo – non si sono fatti mancare niente, neanche la Var che l’Uefa aveva reso opinabile. Interventi precisi, rapidi, indiscutibili. Diomio, sembrava quasi che volessero darci una lezione, dirci che il calcio è anche questo, anzi: questo. Con l’aria che tira. Niente pubblico ma dopo qualche minuto manco te ne accorgi. Se sei appassionato. Se sei un sapientone no: così non va, non senti il vuoto intorno a te? E il contesto sociale, dove lo metti? Saprei io, ma taccio. E’ passato un sabato d’antan, allegro quant’è possibile in questa valle di lacrime. E ho assistito a una lezione di sport: mentre chez nous qualche divetto marca visita e qualche solone immagina i nostri atleti (?) spompati dal dolce far niente, arrotondati da bistecche e pastasciutta, impreparati ad affrontare la rinascita fra un mese, sui campi dello Sturm und Drang ho visto atleti veri correre senza affanno, imporsi fisicamente, giocare con allegria. Vogliamo provare anche noi?