LO SPORTIVO WOJTYLA, IL PIU’ GRANDE, AVREBBE 100 ANNI

Sono tornato al bar, finalmente. E’ già quasi pronto a rifarsi bar sport e mi hanno chiesto – convinti della mia potenza – se sono pronto a far ripartire il campionato. E anche di Haaland, naturalmente: sarà dell’Inter o della Juve? Già, siamo fatti così, magari a secco di euro ma pronti a spendere i milioni della squadra amata. Che bello: il primo inutile quanto soccorrevole blabla dopo la lunga prigionia imposta dal Generale Coronavirus anche ai nostri umanissimi trastulli.
E sono andato anche dal barbiere, dove mi sarei presentato anche pelato e glabro pur di celebrare come si deve – a modo mio – il primo giorno di libertà. Abbiamo riso sulla liberazione al lunedì- festa sacra per barbaecapelli – che se ci pensavano l’anticipavano di un giorno per far contento anche il parroco. Ah, di Chiesa abbiamo parlato, perchè il barbiere è un buon cristiano ed eravamo solo lui e io, in bottega, e di calcio non avevamo proprio che dirci, giusto una battuta sul Triplete (lui è interista) che dopo dieci anni di sconfitte è come il revival di Bobby Solo, una lacrima sul viso…
Mi fa: “Lei ha conosciuto il Papa?”.
La radio ha appena ricordato Wojtyla, il Più Grande, diciamolo alla sportiva. Avrebbe cent’anni.
“Il Papa sportivo – dico io – c’ero quando venne a benedire l’Olimpico, alla vigilia del Mondiale Novanta. Ma l’avevo già conosciuto prima, quando era stato eletto. Dirigevo il Guerino e gli dedicai un bel servizio sulla sua squadra del cuore, il Katowice. Gli fu consegnato il giornale, lui lo aprì, era sul sacro soglio, dette una letta rapida e poi:”Molto bello…Peccato che io sono tifoso di squadra di Wadowice, mio paese natale, grazie lo stesso”.
Poi posò col giornale aperto, come un prete qualsiasi all’oratorio”. Era il secondo Papa che rendeva omaggio al mio giornale, Paolo VI aveva confessato di leggerlo, divertito, e citò Giovenale: “Castigat ridendo mores”.
In quel tempo di Mondiali Giovanni Paolo II volle conoscere i rappresentanti del calcio e gli dedicò un’udienza privata in una sala del Vaticano tutta d’oro ornata. Ero vicino al prete del Bologna, don Libero, prete di strada aiutante di don Benzi, simpaticamente noto per la sua totale libertà di pensiero. Si guardò intorno, don Libero di nome e di fatto, e commentò senza controllare la voce: “Vedi quanta ricchezza…e ci sono tanti poveri nel mondo…”. Finì di dire e si trovò di fianco Wojtyla: “Hai ragione, fratello, ma non ci posso far niente, non comando io…”. E Libero concluse:”Al deg semper me: l’è prigioniero d’la Curia!”.
Un giorno venne a Bologna, Wojtyla, l’aspettavamo in piazza Maggiore, davanti a San Petronio, in uno spazio dove erano riunite le varie autorità; arrivò con la papamobile, una camionetta bianca scoperta, si levò in piedi e decise di scendere dal retro della macchina, dove c’era una scaletta; gli autorevoli erano tutti imbalsamati, mi fece un cenno con la mano, mi avvicinai indisturbato, gli presi la mano e l’aiutai a scendere. Mi disse grazie.