USCITI DALL’INFERNO MA IL PARADISO E’ LONTANO

Sfidando le ire dei potenti cialtroni che tentano di imporre nuove regole al calcio per impedirne la rinascita, mi sono esercitato in una Domenica Sportiva da tempo dismessa: tre mesi sono passati – parlo per me – prima desiderando ardentemente la ripresa, poi con una pausa di fiacca che oggi, a quattro giorni dalle semifinali di Coppa Italia (venerdì Juve-Milan, sabato Napoli-Inter) trova ancora lampi di insana voglia, visto tutto quel che succede intorno. Un clima scoraggiante. Banalizzando, vorrei dire che siamo forse usciti dall’inferno ma il paradiso è lontano perchè la fine del lockdown è stata presa come una immediata resurrezione. Mentre avevamo – abbiamo – bisogno di un purgatorio simile ai ritiri delle squadre di calcio, dove fisicamente e psicologicamente ci si prepara a tornare in campo. Fregandocene della prudenza siamo passati dall’immobilismo alla furia. Un’altra volta “tutto e subito”, mentre – udite le promesse e le rassicurazioni del potere – incombe la sindrome del “niente e chissà quando”.
Eppure voglio esser pronto alla battaglia, mi do la carica, anche artificialmente: ieri – ad esempio – ho festeggiato tutto solo lo scudetto che il “mio” Bologna ha conquistato 56 anni fa – 7 giugno 1964 – a Roma nello storico spareggio con l’Inter. Nostalgia canaglia (“che ti prende proprio quando non vuoi” – o non hai altro da fare…). Una breve ola col pensiero, poi un tuffo nell’attualità con le storie di mercato che fatalmente coinvolgono non uno ma due campionati. In quello che va a ricominciare stanno succedendo cose folli: visto che è tempo di mercato ci sono giocatori che da venerdì torneranno in campo con una maglia sapendo – o sperando – di averne già un’altra subito dopo la scorpacciata di partite. Se Pjanic e Lautaro passano al Barcellona di Re Messi non è niente (salvo sofferenze nerazzurre) ma se Chiesa gioca oggi con la Fiorentina e fra un mese con la Juve, altro che il tradimento viola di Baggio. E l’albanese Marash Kumbulla finisce col Verona e ricomincia subito con la Juve o con l’Inter? E Nainggolan che amava tanto il Cagliari lo tradirà con l’odiata Inter? Zaniolo, erede designato di Re Totti, tornerà anche lui dalla Roma all’Inter che ai tempi di Spalletti non sapeva di averlo? Oddio, non mi piace, il mercato, questo poi azzera tutte le mie passioni da calcio di una volta, quello dei campioni che davano la vita al club – Rivera, Bulgarelli, Mazzola, come Antognoni e Totti – e se baciavano la maglia era una dichiarazione dì fedeltà non una posa per il fotografo. Balotelli a forza di mutar casacca finirà per indossarne una bianca, anonima come una maglietta della salute, bandiera bianca, insomma, anche se il pan non manca, il fornaio Raiola qualche bischero prima o poi lo trova. E sul bianco metterà un €. Finirà che il mitico gesto di Liam Brady – segnò a Catanzaro il gol-scudetto (su rigore!) della Juve mentre sapeva di essere già della Sampdoria – avrà molti imitatori non tutti stimabili come lui, temo. L’emergenza, vedrete, ci restituirà un calcio bisognoso di rifarsi una reputazione, e non dico una verginità perchè il gioco del pallone è nato…depravato.
Affido queste considerazioni agli amici che durante la quarantena hanno come me atteso sereni la ripresa dei giochi considerandola un segnale di salute ritrovata. Ma passano le ore e le mosse dei Padroni del Vapore inducono a scoramento. Nelle loro riunioni giocano sulla nostra passione come gli scienziati sulla nostra paura. Oggi tocca al consiglio federale che dovrà raccogliere la sfida della Lega intenzionata a chiudere la stagione senza retrocessioni in caso di reiterato contagio. A parte il tono iettatorio che Lotito tradurrebbe in “cupio dissolvi” il desiderio dei ribelli è uno solo: continuare il gioco senza pagare dazio.