IL CALCIO CHE VERRA’ STA GIA’ CAMBIANDO

Il calcio che verrà è già in fieri, sta già cambiando. Il Covid ha segnato (speriamo che non lo faccia ancora) uno spartiacque fra un mondo che si stava già sbriciolando e un nuovo universo pallonaro. Sempre più forti sono gli input che vengono dall’estero: i nostri club più importanti (ad eccezione di Juventus, Napoli e Lazio) sono in mano a “padroni” stranieri che arrivano dai punti più disparati del mondo: Cina, USA, ecc. Questi signori non vengono da noi per far beneficenza, sia chiaro, ma per far soldi tramite un ambiente che stanno cominciando a conoscere, un mondo difficile, in cui è complicato vincere e soprattutto lucrare. Alcuni sono già andati via (Thohir e Pallotta, per fare solo due nomi), altri potrebbero farlo presto perchè magari capiranno che questo non è il loro habitat ideale. Il dominio della Juve, visti i pochi risultati in campo internazionale, è stato propiziato più dalle carenze altrui, che hanno favorito sul fronte interno lo strapotere bianconero che in un decennio (nove gli scudetti consecutivi) non è sfociato in risultati tangibili solo in campo internazionale. Ora la Juve sta mutando politica, si è affidata a un tecnico, Andrea Pirlo, che finora non ha mai allenato, ma si è circondato di gente che potrà ben consigliarlo per il futuro: sarà un lavoro di gruppo come da tempo avviene in altri club di fama internazionale, dove si trova spesso il giusto equilibrio fra il vecchio e il nuovo. Se la Juve vincerà il decimo scudetto consecutivo, bene, se invece non lo vincerà, si dirà che a Pirlo bisogna dar tempo. I capi cercano di prendere Dzeko, per rafforzare l’attacco. E poi ci sono i giovani, a cominciare da Kulusevski. L’Inter quest’anno è arrivata seconda (a un punto) e si è classificata al posto d’onore anche in Europa League. Attorno alla figura di Antonio Conte si sono condensati gli umori e i malumori del mondo nerazzurro: risultati così favorevoli non si erano ottenuti da tempo, ma certe prese di posizione del tecnico hanno lasciato perplessi, tanto da prefigurare l’arrivo di Massimiliano Allegri. Ma poi non è cambiato nulla. L’Inter ha già colmato il gap che la divideva dalla Juve ? Qualcuno sogna ancora Messi, che pare però orientato verso il City di Guardiola. L’Atalanta è stata in realtà la lieta sorpresa della stagione: da alcuni anni la società bergamasca, guidata da Percassi e Gasperini, fa sentire la propria voce, inserendosi meritatamente fra le “grandi” del calcio, insediandosi nelle prime posizioni e disputando con onore la Champions League. Ora che il salto è stato compiuto bisognerà vedere se la piazza bergamasca sarà in grado di sedersi stabilmente nel salotto buono del nostro calcio e parlare da pari a pari con tutti. Il Milan sta vivendo una fase di ricrescita che ha attraversato momenti critici per ristabilizzarsi grazie anche all’arrivo di Ibrahimovic, un pò datato, ma ancora in grado di dare parecchio. Pioli è rimasto grazie ai buoni risultati ottenuti nel finale di una stagione che era partita male. Il club rossonero non può fare da tappezzeria in un mondo così variegato, come quello del nostro campionato, a caccia di protagonisti per aumentare il proprio appeal e soprattutto i propri incassi. Gli stranieri che sono arrivati al vertice rossonero dovranno fidarsi di gente come Maldini, che ha fatto la storia rossonera. C’è poi il gruppo delle squadre del centro-sud, in grado di inserirsi ai massimi livelli, ma cui manca sempre qualcosa. Storicamente si può dire che quando il Napoli acquistò i Maradona e i Careca vinse (ora pare che Koulibaly e Allan se ne andranno); la Roma per eccellere fece leva sull’abilità tecnica di Falcao, guidato da Liedholm, ora sono arrivati padroni nuovi che dovranno cercare strade alternative. La Lazio ebbe un gruppo compatto come quello creato da Maestrelli e Eriksson in passato, arrivarono gli scudetti. Ma ora non basta più avere il capocannoniere del campionato – Ciro Immobile – ma occorre programmare le vittorie con i soldi e con la capacità organizzativa, doti spesso sconosciute da ambienti troppo passionali e incapaci di resistere alle prime contrarietà. Il calcio non è più in gioco, ma un puzzle in cui occorrono doti da grandi intenditori di finanza, di politica e di realismo. Doti che spesso certi nostri club, capaci solo di vivere alla giornata, non possiedono. Bisogna pensare più in grande, produrre uno spettacolo più appetibile e evitare le guerre di campanile. Ma sarà difficile farlo capire a tutti.