Abitare le relazioni, a Foggia progetto di housing sociale

ROMA (ITALPRESS) – Abitare le Relazioni è un progetto di housing sociale realizzato a Foggia dalla Fondazione Siniscalco Ceci-Emmaus insieme con Comunità sulla strada di Emmaus, SMILE, Mestieri Puglia e Consorzio Aranea per dare, nelle masserie di proprietà della Fondazione, ospitalità e sostegno a famiglie e singoli, come i padri separati, italiani e stranieri. E’ sostenuto da Fondazione con il Sud. Ce ne parla Anna Galano, responsabile del progetto.
Come nasce Abitare le relazioni? E perchè (quali problemi/carenze vuole risolvere)?
‘Alla base del progetto c’è la convinzione che l’individuo e le sue relazioni siano al centro di un nuovo modello legato al concetto ‘dell’abitarè che abbia come obiettivo il riscatto umano, lavorativo e sociale. Abitare le Relazioni interviene in un’area geografica, quella di Foggia e della sua provincia, fortemente interessata da nuovi e vecchi bisogni legati alla povertà, alla mancanza di integrazione, al disagio del singolo e delle famiglie. Sono 46 i posti letto previsti dal progetto, individuati nelle masserie della Fondazione Siniscalco Ceci-Emmaus e nei villaggi Emmaus e Don Bosco, alcuni interessati da lavori di ristrutturazione. Migranti, lavoratori stagionali, persone che hanno concluso positivamente percorsi di recupero dalle dipendenze, neomaggiorenni fuoriusciti dai servizi sociali, famiglie in situazioni di disagio economico: questi i destinatari dell’intervento. A lavorare al progetto, oltre alle aziende coinvolte nei tirocini, tanti volontari, professionisti e membri delle comunità già attive sul territoriò.
Come opera?
‘Alla soluzione abitativa dignitosa da offrire ai destinatari – al centro del progetto di housing – si aggiungono interventi di accoglienza e di accompagnamento psicologico, burocratico, formativo e lavorativo, favorendo il reinserimento dei soggetti in contesti economici e sociali idonei, senza tralasciare momenti di scambio attraverso la realizzazione di eventi aperti al territorio. L’idea non è solo quella di offrire un tetto a chi ne ha bisogno, ma anche di accogliere e valorizzare ciò che il singolo può dare alla comunità: più che housing, dunque, l’obiettivo principale è il co-housing, una co-abitazione e condivisione di spazi, risorse e momenti quanto più possibile solidi e duraturi, in grado poi di tradursi in percorsi di autonomia. Raccogliendo le segnalazioni delle realtà che operano nel sociale, Abitare le Relazioni accoglie le istanze di quelle persone alla ricerca di un riscatto che passi, anzitutto, attraverso la casa: la soluzione abitativa è solo la tappa iniziale di un iter che si conclude con l’affrancamento dal progettò.
Avete incontrato difficoltà? Ne state incontrando ancora? Quali?
‘La difficoltà più importante è quella di rendere autonomi i beneficiari del progetto, facendo in modo che trovino la loro strada entro i 18 mesi previsti per ognuno, superati i quali è necessario lasciare il posto a chi ne ha bisogno. Dopo un anno e mezzo di lavoro, molti sono coloro i quali si sono resi autonomi, beneficiando del progetto soltanto per i mesi necessari a ripartire, talora anche soltanto a fare il punto della situazione. Ad oggi, da maggio 2019 a novembre 2020, sono 18 gli uomini e le donne che si sono resi del tutto autonomi grazie a reinserimenti in contesti lavorativi sicuri, in grado di garantire loro una rendita dignitosa e, di conseguenza, una soluzione abitativa propria. Più complicato è per i lavoratori stagionali che, nei mesi cosiddetti morti, incontrano difficoltà: in un caso o nell’altro, anche superati i 18 mesi, l’intento di Abitare le Relazioni è comunque quello di prevedere per loro percorsi alternativi, cercando il sostegno di altre realtà già operantì.
Quale valenza ha avuto il sostegno della Fondazione con il Sud?
‘Il sostegno economico è stato fondamentale, soprattutto perchè è servito per ristrutturare alcuni edifici che hanno prodotto soluzioni abitative nuove e confortevoli. Masseria ‘Vaccarellà, in agro di Lucera, ad esempio, è stata interessata da lavori di ristrutturazione importantissimi, in grado di produrre più appartamenti all’interno di uno stesso stabile, in pieno co-housing. Stessa cosa anche per quanto riguarda gli alloggi dello storico Villaggio Emmaus, nella medesima zona. Inoltre, il sostegno della Fondazione ha permesso l’inserimento lavorativo di risorse umane da dedicare interamente ai beneficiari del progetto: l’accompagnamento di persone in difficoltà, infatti, non si fa a distanza, ma è qualcosa di molto concreto e umano, che trova incidenza nell’azione quotidianà.
Quale è la relazione con l’ente pubblico e come dovrebbe essere/ vorreste che fosse?
‘Con l’ente pubblico di riferimento siamo ancora lontani da una reale e proficua collaborazione. Spesso siamo stati interpellati in riferimento all’emergenza abitativa, ma Abitare le Relazioni non è (e non deve essere) questo che, anzi, compete esclusivamente alle istituzioni. L’idea, piuttosto, è quella di creare una collaborazione che non sia solo emergenziale, ma incanalata in un’ottica di prospettiva: l’emergenza non è un punto di partenza, è una condizione temporale da cui non può scaturire alcuna progettualità. L’umanità che incontriamo durante il nostro cammino vive e soffre, più di ogni altra cosa, la precarietà, l’incertezza. E’ questo che l’ente pubblico deve capirè.
La vostra azione oltre a sostenere gli ospiti serve anche a sostenere voi stessi. Ritenete ci sia spazio per ampliamenti dell’attività e persino per la creazione di nuove imprese sociali simili nella vostra area?
‘Abitare le Relazioni è un progetto che incuriosisce molto e che va incontro alle persone, svolgendo un ruolo importante contro nuove e vecchie forme di solitudini. Nella zona, e non solo, ha attirato tanta curiosità e potrebbe anche creare situazioni omologhe nel corso degli anni, rispondendo a una domanda tutt’altro che trascurabile. E’ innovativo, poi, perchè esce dai confini del mero assistenzialismo, producendo relazioni che, superata la fase progettuale, possono poi tradursi in qualcosa di concreto, con ricadute sul territorio. La falsariga può essere proprio questa: favorire, grazie a vincenti esperienze di co-housing, azioni cooperative comuni che possano occupare spazi cruciali in questo territorio. Si pensi a quello agricolo oppure a quello dei servizi: piccole imprese sociali che possano continuare ad orbitare attorno al progetto e, al contempo, trovare la forza di agire in modo indipendentè.
Quali prospettive vedete per i vostri ospiti e quali in generale per Abitare le Relazioni?
‘Il progetto funziona, lo confermano anche gli indicatori di riferimento: dopo un anno e mezzo di lavoro, infatti, quelli fissati ai nastri di partenza sono stati ampiamente assolti e superati. Ciò ci consente di guardare con positività anche al futuro, soprattutto per i nostri ospiti: per molti di loro, pertanto, Abitare le Relazioni è qualcosa che già appartiene al passato e la cosa ci riempie di orgoglio perchè vuol dire che sta funzionando come tappa formativa e sociale. E’ ciò che deve essere, soprattutto. La prospettiva è quella di essere sempre di più al centro di un triangolo di fattori che metta insieme il lavoro, la casa e il ricongiungimento familiare, un elemento, quest’ultimo, che non riguarda più soltanto i cittadini di origine straniera. Tra le finalità del progetto c’è la realizzazione e il consolidamento di un network stabile e duraturo, in grado di lavorare in rete per il benessere della cittadinanzà.
L’emergenza sanitaria come è stata affrontata all’interno del progetto?
‘Le esperienze di co-housing hanno risentito, nel bene e nel male, della situazione emergenziale. Alcune forme di collaborazioni semplici (fare la spesa, cucinare insieme, mangiare insieme, condividere i turni della lavanderia), al pari di altre più vaste (partecipazione a incontri formativi, feste, visione di spettacoli teatrali/film, eventi di vario tipo) hanno subito un rallentamento, in favore però di forme di mutuo-aiuto basilari attivate proprio per fronteggiare i rischi di isolamento dovuti alle restrizioni dei vari Dpcm (servizio navetta per gli ospiti delle strutture, ad esempio). Inoltre, abbiamo dovuto supportare una nostra utente che, lavorando presso una struttura residenziale per anziani, è risultata positiva al COVID-19. Pertanto, il nostro impegno è stato quello di collocare le altre donne, conviventi, presso altri luoghi, e di sostenere l’utente in ogni necessità (spesa, farmaci), effettuando anche un sostegno telefonico di tipo psicologicò.
(ITALPRESS).