Nel leccese comunità di Capodarco per bimbi con autismo

ROMA (ITALPRESS) – A San Nicola, in provincia di Lecce la Comunità di Capodarco padre Gigi Movia è uno dei pochissimi centri del Sud Italia per bambini con autismo ed è anche uno dei pochi che opera con un metodo che privilegia il “lavoro” sul singolo, ottenendo maggiori risultati. Ciò comporta anche un grande numero di richieste a cui non riesce a far fronte. E’ un centro accreditato presso la regione, che copre le rette degli utenti ma con importi molto bassi tanto che, nonostante anche i genitori integrino in base alle possibilità, alla fine il centro ci rimette. Il rapporto con le istituzioni varia al variare dei loro rappresentanti e molte volte oltre alle questioni di tipo economico comporta anche questione di carattere professionale e organizzativo. Ce ne parla Anna Pizzeleo psicologa e psicoterapeuta, responsabile del centro diurno di Chiesanuova – sezione autismo – della Comunità di Capodarco di Nardò.
Come nasce la vostra struttura? E perchè (quali problemi/ carenze vuole risolvere)?
“Il nostro Centro Diurno con sede a Chiesanuova (LE), nasce con la missione di offrire servizi specialistici ed altamente qualificati per minori affetti da disturbo dello spettro autistico e disturbi correlati. L’offerta si rivolge soprattutto a minori appartenenti a famiglie che versano in condizioni economiche svantaggiate. Questa scelta è stata fatta per due motivi molto semplici: perchè i servizi per l’autismo nel nostro territorio sono ancora pochi e non coprono il fabbisogno sociale e perchè dai pochi servizi offerti restano fuori le famiglie più svantaggiate, economicamente più deboli, che non riescono a contribuire alla retta per assicurare un intervento intensivo e precoce ai loro figli”.
Avete incontrato difficoltà? Ne state incontrando ancora? Quali?
“Dallo scorso anno le Asl non intervengono più per contribuire economicamente alla frequenza del centro diurno per i minori di 6 anni. Ciò è particolarmente grave in quanto è proprio in questa fascia di età che l’intervento dovrebbe essere più intensivo e precoce per assicurare lo sviluppo di tutte le abilità dei bambini e ridurre i loro comportamenti problema. Se questi ultimi non vengono “trattati”, essi si cristallizzano, col tempo diventano invalidanti e sono di ostacolo all’inserimento sociale della persona”.
Quale è la relazione con l’ente pubblico e come dovrebbe essere/ vorreste fosse?
“Le Istituzioni non contribuiscono con reti di salvaguardia e con rette adeguate alla presa in carico nei centri come il nostro. Le attuali normative regionali prevedono che la retta venga calcolata per assicurare un assistente ogni cinque bambini con disabilità. in realtà, se si vuole fare un lavoro serio sulle persone, c’è bisogno di un educatore specializzato per ogni bambino preso in carico. A ciò si aggiungono i costi del materiale didattico necessario alla terapia che va cambiato quotidianamente perchè i bambini con autismo hanno bisogno sempre di nuovi stimoli rinforzanti per tenere alta l’attenzione. La maggiore difficoltà che stiamo incontrando in questo momento è proprio questa: far passare il concetto della diagnosi precoce e il lavoro individualizzato (uno a uno)”.
“Questo modello – prosegue – non è compatibile con l’equilibrio economico calcolato dalla Regione e sostanziato nelle rette corrisposte. Ciò sta pesando sulle economie della Comunità che è chiamata continuamente a riequilibrare il conto economico sottraendo risorse alle altre strutture operanti sul territorio per finanziare l’autismo. Tale impegno finanziario sta ovviamente rallentando lo sviluppo di nuovi progetti innovativi.
Paradossalmente il modello di welfare in cui operiamo sembra che sia stato implementato per “istituzionalizzare” i problemi ma non per risolverli. I bisogni delle persone e le strutture che si occupano di servizi molto spesso sono visti come controparti e non come partner di un sistema integrato volto a migliorare la qualità della vita specialmente delle persone più svantaggiate”.
Ritenete ci sarebbe spazio per ampliamenti dell’attività e persino per la creazione di nuove imprese sociali simili nella vostra area? Quali prospettive vedete per vostri ospiti e quali in generale per la struttura?
“La Comunità di Capodarco padre Gigi Movia – aggiunge – opera al momento su tre ambiti: la Disabilità grave (adulti), l’autismo (Bambini da zero a 14 anni), l’inserimento sociale e la dispersione scolastica. Abbiamo aperto reti di collaborazione importanti con Università per sviluppare la ricerca e con associazioni che operano a livello nazionale nel campo del reinserimento sociale: il futuro lo immaginiamo proprio in quest’ultimo campo anche attraverso una scuola di formazione. Facciamo anche parte del progetto “No Neet” realizzato insieme ad altre realtà di sei regioni e sostenuto, nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, da Con i Bambini, l’impresa sociale interamente partecipata dalla Fondazione con il Sud, per offrire alternative a tanti giovani che non studiano e non lavorano. Per mantenere in vita tutta la struttura che al momento occupa 30 giovani c’è bisogno di creare sinergie positive sul territorio e nuovi canali di finanziamento per i progetti. Per dare continuità educativa, supporto sociale ed una casa che rappresenti il futuro ai nostri ospiti ci stiamo guardando attorno per creare una struttura residenziale che possa accogliere i ragazzi che giornalmente frequentano i nostri centri. I costi al momento sono fuori della nostra portata ma stiamo cercando persone disposte ad investire che credano in noi”.
(ITALPRESS).